D-Day anniversario di tante morti evitabili

In questi giorni si è celebrato lo sbarco in Normandia avvenuto il 6 Giugno del ’44 dove eroici, ben educati bei ragazzi, la gioventù migliore al mondo, divisi in due schieramenti opposti ma affini per cultura, desideri e sentimenti, si massacrarono a più non posso concorrendo a quel disastro umanitario che viene conosciuto come seconda guerra mondiale (1939-1945).

Fu un sacrificio necessario? Per gli storici e la stragrande maggioranza delle persone si, certezza suffragata dalla lotta al nazifascismo. Io mi permetto di dire il contrario e denuncio come estremamente esagerati gli oltre 55 milioni di morti e gli incalcolabili danni avuti, senza aggiungere le successive conseguenze. Molti storici peraltro non considerano che quando le truppe italo-tedesche furono sconfitte in Africa la guerra “era finita”, considerazione che se fosse stata fatta in tempo avrebbe salvato milioni di vite umane e strazi che tuttora durano.

Ovvio, mi si dirà che la guerra era tutt’altro che finita, perché gli eserciti erano impegnati su diversi fronti ma ormai appariva chiara la superiorità schiacciante delle truppe alleate che riuscirono a reclutare truppe in tutto il mondo, prevalentemente dal Commonwealth britannico, e che colmarono a loro vantaggio il gap tecnologico e produttivo di armi di cui aveva il primato la Germania all’inizio della guerra.

Sulla carta, già da prima di El Alamein nel 1942, altro inutile bagno di sangue, si era capito tutto questo. Era inutile battersi contro gli alleati, la pur agguerrita Germania e la debole Italia non ce l’avrebbero mai fatta e i risultati non si fecero attendere.

Lo avevano capito già da tempo i generali, in particolare quelli italiani che rimproveravano a Mussolini la lunghissima avanzata nel deserto dalla Libia verso l’Egitto senza una sufficiente logistica, la disastrosa resa dopo El Alamein fu la prova evidente di un errore annunciato.

Proprio chi iniziò la contesa, i tedeschi, resisi conto che andavano a una sconfitta epocale, presero l’iniziativa di un armistizio che probabilmente doveva essere stipulato a Casablanca, ma niente di tutto questo avvenne. Gli inglesi e gli americani si erano incastrati in una condizione ideologica perversa, dove i governi erano tallonati dai laburisti in Inghilterra e dai democretici in USA, che fiutavano nella lotta al fascismo e al nazismo la sconfitta dei propri nemici politici interni. Volevano la sconfitta delle rispettive destre oltretutto ricattate perché accusate di attiguità quando avevano solo espresso opportunisticamente valutazioni positive per i partiti nazista e fascista come argine al comunismo. Tale politica ebbe un atteggiamento di contrasto partitico che poteva essere utile in una normale campagna elettorale in tempo di pace, ma fu dannosissimo in una guerra in corso.

Il risultato di questo scontro interno negli stati Inglesi e USA fu quello che bisognava dare prova d’intransigenza assoluta contro i fascisti e i nazisti senza cedere di un millimetro e votarsi a una lunga guerra senza esclusione di colpi. Per semplicità di ragionamento ho escluso la Francia che ebbe un governo filonazista.

Con questa premessa fu stabilita l’imposizione della resa incondizionata all’ Italia e alla Germania quando il grosso dei loro eserciti erano ancora intatti.

Vano, al punto da essere ridicolizzato dagli inglesi, fu il gesto disperato di Rudolf Hess, il generale tedeso che si paracadutò in inghilterra per chiedere di trattare un armistizio.

Un episodio che la storiografia mafiosamente ha lasciato oscuro. Rudolf Hess, arrestato dai soldati britannici, fu trovato impiccato nella sua cella come suicida. Appare chiaro che si sbarazzarono di lui: la sua famiglia e molti vicini al generale sostennero che avrebbe rivelato notizie troppo scomode, cosa del resto intuibile.

Nessuno – e nemmeno io – vuole sminuire la pericolosità del fascismo e del nazismo, ma essendo regimi totalitari era ovvio che un armistizio sarebbe stato per loro un boomerang che ne avrebbe causato la repentina sconfitta politica dopo una guerra voluta e spettacolarmente dichiarata, una colpa e un disonore che non sarebbe passato indenne.

Quello che sarebbe avvenuto non avrebbe avuto niente a che vedere con una disastrosa guerra, ma con un cambiamento in senso democratico delle due potenze dell’Asse, in un tempo più o meno lungo, come è avvenuto nella Spagna di Franco o nel Portogallo di Salazar, ma ne sono un esempio anche i paesi golpisti come la Grecia dei colonnelli o Il Cile di Pinochet. Ma negli anni ’40 nessuno si voleva giocare la faccia nel ruolo di pacifista, preferendo la guerra. Dato che i cattivi eranoi fascisti e i nazisti si poteva continuare il massacro addossandogli ogni responsabilità, cinismo che dall’altra parte dell’emisfero culminò, come sappiamo, con la bomba atomica, altre morti inutili.

La seconda guerra mondiale rappresenta lo sprofondamento scellerato nella catastrofe che poteva essere facilmente prevista ed evitata. Il D-day è la liberazione senza ombra di dubbio, ed è giusto commemorare il sacrificio di migliaia di soldati USA, Inglesi, Canadesi, Australiani ecc. Ma bisogna ricordare anche che è stata la scelta sanguinaria a dispetto di una trattativa con il nemico, impegnandolo nella difesa sul fronte francese e di fatto consegnando a Stalin metà dell’Europa.

Secondo me pure la defaillance dell’esercito tedesco che reagì stranamente in ritardo all’avanzata alleata in Normandia dovrebbe essere indagata. Probabilmente la supponenza e il delirio di onnipotenza di Hitler vedeva di buon occhio uno scontro militare in Francia, probabilmente perché pensava che con una guerra in zona extraterritoriale rispetto alla Germania avrebbe preservato ulteriormente il proprio potere, ormai inviso ai suoi stessi generali che gli preparavano attentati e agguati. Ovvio che sono supposizioni difficili da provare e la storia non si fa così. Ma un’ attenta analisi secondo questa visuale gli storici inspiegabilmente non l’hanno fatta, una lacuna che sembra abbia una logica precisa, quella che la scelta delle armi prevalga sulla politica, secondo un opportunismo che privilegia la morte alla vita.

Insomma, emerge chiaro il dato politico: anche oggi siamo alle solite. Non si tratta diplomaticamente con il nemico che deve essere solo militarmente sconfitto e ucciso. Lezione che seguiamo quando veniamo indotti a pensare a un Putin morto e a una Russia conquistata.

Scemi eravamo e scemi rimaniamo.

Il monumento alla pace che non c’è

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